
Con “Viaggio intorno alla mia stanza” i detenuti affrontano l’attualità:
giovedì 29 maggio arriva Matteo Paro per parlare di passione e doping nel calcio
Il nuovo progetto durerà un anno: si parlerà anche di donazione degli organi, Costituzione,
sicurezza sul lavoro, ambiente, editoria e poetica di Fabrizio De Andrè
Il calciatore Matteo Paro, l’inviato de La Stampa Marco Neirotti, l’operaio Antonio Boccuzzi, scampato all’incendio della ThyssenKrupp di Torino e ora deputato: sono alcuni dei personaggi che si confronteranno con i detenuti nel nuovo progetto “Viaggio intorno alla mia stanza” da poco avviato alla Casa Circondariale di Asti.
Promossa dalla Direzione dell’istituto, l’iniziativa è ideata e organizzata dall’Associazione culturale Comunica con il sostegno della Provincia (Assessorato alle Politiche Sociali).
Per un anno si prevedono incontri su tredici temi di attualità, ognuno dei quali trattati da uno o più ospiti: il primo, giovedì 29 maggio, sarà Matteo Paro. Il calciatore astigiano, che gioca nel Genoa come centrocampista e nel 2003 ha vinto lo scudetto con la Juve, dialogherà con i reclusi sul tema “Il bello e il brutto dello sport: dalla passione al doping”. La discussione partirà dalla lettura di due libri, usciti di recente, che ripercorrono il problema del doping e degli scandali nel calcio: “Palla avvelenata” di Fabrizio Calzia e Massimiliano Castellani (edizioni Bradipolibri) e “Tutto il marcio minuto per minuto” di Enzo Catania e Marco Celi (Piemme).
Successivamente si parlerà, tra l’altro, di donazione degli organi, raccolta differenziata dei rifiuti, vita e canzoni di Fabrizio De Andrè, persecuzioni nel mondo. A ottobre si farà anche un insolito lavoro a distanza: i detenuti, che ogni mese approfondiranno un tema nel laboratorio condotto dalla giornalista Laura Nosenzo, a ottobre leggeranno la Costituzione e la riscriveranno “a modo loro”; così faranno anche gli alunni della scuola media Montale di Neive, che si confronteranno a distanza con i reclusi. Le copie della Costituzione sono state donate daall’Israt.
“Viaggio intorno alla mia stanza – indica Domenico Minervini, direttore della Casa Circondariale di Asti - punta ad accrescere il livello di informazione e conoscenza, da parte dei detenuti, su questioni contemporanee verso cui gli stessi reclusi hanno espresso l’esigenza di un approfondimento. Sotto questo profilo, il progetto, favorendo una maggiore consapevolezza individuale e coscienza critica, potrà rappresentare per i detenuti stranieri una buona occasione per meglio conoscere la cultura del Paese che li ospita e per tutti i reclusi un importante momento di formazione civica, adozione di comportamenti responsabili e collegamento a distanza con la realtà esterna al carcere”.
“Viaggio intorno alla mia stanza” si ispira al titolo del libro Viaggio intorno alla mia camera dello scrittore francese Xavier de Maistre, che lo scrisse nel 1794 mentre si trovava agli arresti per aver partecipato a un duello.
Asti, 22 maggio 2008 (1)
“Il calcio è una disciplina bellissima, ma bisogna saper stare con i piedi per terra”
Matteo Paro si è raccontato alla Casa Circondariale: dal doping alla violenza negli stadi
Da bambino voleva fare il veterinario, oggi studia Sociologia
Da bambino i calci al pallone nel parco Biberach, con il pensiero che da grande avrebbe fatto il veterinario. A cambiare i programmi arrivò, a 10 anni, il primo provino e l’anno dopo Matteo Paro era già nel settore giovanile della Juve.
Ricevuto dal direttore Domenico Minervini, il centrocampista astigiano si è raccontato giovedì ai detenuti della Casa Circondariale che partecipano al progetto “Viaggio intorno alla mia stanza”: due ore intense di confronto partendo dal tema “Il bello e il brutto dello sport: dalla passione al doping”.
“Io che ci vivo dentro – ha spiegato il giocatore del Genoa, impegnato nella riabilitazione dopo l’infortunio e l’operazione di marzo al ginocchio – vedo l’aspetto sano del calcio, che è una disciplina bellissima a tutti i livelli, dove contano soprattutto la vita di gruppo e l’impegno a far bene il proprio lavoro. Dal di fuori, invece, l’immagine che questo sport dà di sé è soprattutto quella di un mondo che fa girare un sacco di soldi”.
“Non pensi che gli stipendi dei giocatori siano troppo alti?” ha chiesto un detenuto. “Certamente sono molto distanti dalla realtà della maggior parte degli italiani – ha risposto Paro – però questo privilegio riguarda soprattutto i grandi calciatori. Io sono fortunato per il talento che mi sono ritrovato, ma dietro al mio lavoro ci sono anche i sacrifici quotidiani e le cose a cui nell’adolescenza ho dovuto rinunciare: mentre mi allenavo a Torino, i miei coetanei si divertivano e uscivano con le ragazzine”.
A 25 anni il centrocampista, professionista dal 2001 e campione d’Italia con la Juve nel 2003, ha le idee chiare sulla violenza negli stadi (“non è solo un problema del calcio, ma della società civile”) e del doping, i cui molti casi drammatici sono raccolti nel libro “Palla avvelenata” che i reclusi hanno letto nelle scorse settimane insieme al volume “Tutto il marcio minuto per minuto”. “Oggi la procedura è rigorosa – ha raccontato Paro - alla fine di ogni partita due giocatori per squadra vengono sorteggiati e controllati. Al Genoa, inoltre, i calciatori due volte alla settimana devono fare l’esame del sangue e dell’urina. Non c’è nulla che abbia più valore del diritto alla salute e alla vita”.
“E il successo? Non è importante anche quello?” gli è stato domandato. “Certo hai dei vantaggi – la risposta – e il rischio è quello dell’eccesso. Ti salva la capacità di restare con i piedi per terra e di mantenerti umile”. Critico con “molti genitori che per ambizione vorrebbero bruciare le tappe per i figli che si avvicinano al calcio”, Paro ha scelto di occupare il tempo libero con lo studio: “Sono iscritto a Sociologia e mi dispiace moltissimo non vivere l’ambiente universitario: do gli esami come non frequentante”.
Tifoso della Juve, oggi Paro al suo idolo del passato (Zidane) ha sostituito Pirlo, indica in Del Piero “l’esempio di giocatore da seguire, non solo sotto il profilo sportivo ma anche umano” e confessa: “L’attaccante più difficile da marcare? Sicuramente Kakà, mentre tra i difensori quello che dà più filo da torcere è Nesta”.
Archiviato l’appuntamento sullo sport, a giugno “Viaggio intorno alla mia stanza”, promosso dalla Casa Circondariale in collaborazione con l’Associazione culturale Comunica e l’Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia, proseguirà con l’approfondimento sulla vita e le canzoni di Fabrizio De Andrè attraverso le testimonianze dell’inviato de La Stampa Marco Neirotti e il medico-dj Franco Testore.
Asti, 31 maggio 2008 (2)
Fabrizio De Andrè raccontato ai detenuti della Casa Circondariale
Particolari inediti nei ricordi dell’inviato de La Stampa Marco Neirotti
mentre Franco Testore ne spiega la poetica con un’antologia di canzoni
Un Fabrizio De Andrè in parte inedito è rivissuto nel lungo racconto che Marco Neirotti, inviato de La Stampa e amico del cantautore, ha fatto di lui nell’incontro con i detenuti della Casa Circondariale di Asti che partecipano al progetto “Viaggio intorno alla mia stanza”. L’iniziativa, promossa dall’istituto penitenziario in collaborazione con l’Associazione culturale Comunica e l’Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia, prevede incontri mensili con personaggi della cultura, dello sport, della medicina e dell’impegno civile. Dopo aver parlato di doping con il calciatore Matteo Paro, in due distinti incontri si è passati ad approfondire il profilo umano e artistico di De Andrè con Marco Neirotti e Franco Testore, oncologo appassionato di musica. Neirotti, autore anni fa di una pubblicazione sull’artista genovese, conosce De Andrè quando ha 19 anni: tiene una rubrica su Stampa Sera in cui racconta, in dodici righe, che cosa leggono i personaggi famosi. Telefona al cantautore, parlano di tutto. Alla fine Faber chiede a Neirotti: “Vieni mai a Milano? Potremmo cenare insieme”. L’altro risponde: “Quasi mai, ma domani sono lì”. I due hanno molti punti in comune che De Andrè più tardi descriverà così: “Ci piacciono le sigarette e l’alcol, non abbiamo molta voglia di faticare, ma io sono più furbo: scrivo canzoni e guadagno di più”. A Neirotti è concesso un privilegio: ascoltare i brani prima che vengano incisi, discutere i testi e all’occorrenza ritoccarli. De Andrè gli confida quel suo fastidio profondo per l’arroganza della Genova bene, che lo porterà a scrivere storie dissacranti e controcorrente, da Bocca di rosa a Via del campo, da La cattiva strada a La città vecchia, e molti anni dopo entra con lui nei dettagli drammatici del rapimento in Sardegna, prigioniero insieme a Dori Grezzi. Gli racconta molti particolari di quei mesi, giorno e notte legato a un albero: “Ma non dovrai scrivere nulla” si raccomanda. Neirotti, che intanto è diventato inviato di punta de La Stampa, svelerà poi un solo particolare: De Andrè odiava i mandanti, ma non i carcerieri. Tranne uno, quello che gli ripeteva spesso: “Tu come cantautore sei bravo, ma Guccini…”. Il giornalista è sovente ai concerti dell’amico preceduti quasi sempre da grandi mangiate e bevute. Una sera De Andrè proprio non ce la fa a tornare sul palco per prendere gli applausi del pubblico. “Vai tu” dice a Neirotti e gli cede la sua maglia. L’altro, complice il buio, si camuffa come può e affronta i fans: “Ho firmato trecento autografi – ricorda - stringevo mani e ogni tanto, per essere più credibile, dicevo anche belin…”. Gli anni scivolano verso la malattia che, nel 1999, si porterà via De Andrè. Nell’ultimo periodo della sua vita il cantautore vorrà accanto sé, sul palco, anche Dori Grezzi, i figli Cristiano e Luvi. Nel racconto di Franco Testore, commuove il suo morire giorno dopo giorno insieme alla famiglia e al pubblico. E’ un viaggio dentro alla poetica e all’impegno civile di De Andrè quello che Testore fa con i detenuti della Casa Circondariale, proponendo l’ascolto di un’ampia antologia di canzoni: dai brani pacifisti (La guerra di Piero) a quelli ispirati all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, dalle canzoni che ripercorrono i mesi bui del sequestro (Hotel Supramonte) a quelle che privilegiano il dialetto e le atmosfere mediterranee (Creuza del mà). Uno studio di contenuti e stili musicali che approfondisce anche le collaborazioni con cantautori come Francesco De Gregori e Massimo Bubola. “Sono poesie in musica quelle scritte da De Andrè” spiega Testore. Vero. E bello da scoprire o riascoltare.

Nelle foto: Marco Neirotti e Franco Testore alla Casa Circondariale:
il primo con la pubblicazione in cui racconta l’amico De Andrè,
il secondo con un gruppo di detenuti
Asti, 7 agosto 2008 (3)