
PROFILI DELLE DONNE
DI “SILVA E’ ARRIVATA”
Silva (Albania)
Silva non ha bisogno di emigrare, però parte lo stesso e in Italia impara cosa vuol dire fare la fame.
Il viaggio in traghetto da Durazzo ad Ancona dura 16 ore, ha fretta di arrivare per stare con il marito, che ha sposato per procura nel 1997, a 26 anni. Nello stesso anno decide di rinunciare al suo lavoro di maestra elementare per stare con lui, compra un visto turistico e s’imbarca con la cognata, che non vede sua madre da sei anni, anche lei in Italia.
Con Silva ci sono tanti altri immigrati, tutti finti turisti come lei, che con quel visto costato 900 euro una volta arrivati ad Ancona dovrebbero fare, come vuole il programma, il giro della città. Ma nessuno salirà sul bus dell’agenzia turistica, si disperderanno tutti tra parenti e amici per raggiungere le loro nuove case.
E’ il 16 dicembre. Silva trova ad attenderla il marito e un amico di lui, che mette a disposizione la macchina. Lei scopre le autostrade, che fino a quel momento non sapeva cosa fossero, e quando arriva ad Asti la prima cosa in cui s’imbatte è la grande scritta della Coop sul supermercato di corso Alessandria.
Tutto le sembra imprendibile.
Immagina una vita bella, incontra una vita dura. Non è un caso che il marito, perito in un’azienda di Cortiglione, non le abbia mai detto quanto guadagna: se l’avesse fatto, lei magari non lo avrebbe raggiunto e sarebbe rimasta a in Albania, nella casa arredata con cura con lo stipendio del padre, capitano di nave. Adesso, invece, deve telefonare ai genitori e chiedere di mandare soldi.
L’alloggio di Asti è inospitale e il lavoro di maestra le manca: ha nostalgia dei bambini a cui insegnava e ogni giorno guarda di nascosto quelli dell’elementare Rodari, poco distante da casa sua.
La ricongiunzione con il marito, per essere effettiva, ha ancora bisogno di un nullaosta: dopo tre mesi Silva deve tornare in Albania a ritirarlo, paga 500 dollari e riparte per l’Italia.
Vive il disagio nuovo di un lavoro che non le piace: fa le pulizie in una casa di Cortiglione, lei che in Albania non aveva mai alzato un dito! I primi tempi arriva con i vestiti più belli che ha, per fare bella figura con la padrona di casa, ma poi piange con gli strofinacci in mano e al telefono dice alla madre: “Ti ricordi quando dicevi che non sapevo fare nulla? Adesso è cambiato tutto”.
E’ difficile anche stare in mezzo alla gente, si sente inadeguata con la nuova lingua imparata dalle suore benedettine nella scuola in cui insegnava: prova una bruciante sensazione di fastidio - quasi una sconfitta - nel sentire la sua voce parlare in italiano. E’ impaurita, confusa.
Non pensava davvero che sarebbe stata così dura. E poi gli altri spesso equivocano: Silva impara che è un pensiero comune guardare a una donna albanese come a una donna facile. A Cortiglione la signora da cui lavora, che le dimostra affetto incondizionato, le consiglia: “Dì che sei tedesca”. E tante volte, anche nelle piccole cose, prova la sensazione di dover dimostrare di avere qualcosa in più, rispetto agli altri, per essere accettata. Sa che i pregiudizi sono anche frutto del mancato inserimento degli albanesi che hanno raggiunto Asti nel 1992, andando a occupare la vecchia caserma Colli di Felizzano.
Nel 1999 nasce Joy. Dopo tre anni e mezzo Silva si separa dal marito e con la bimba le difficoltà aumentano. La sua casa è un insieme di mobili usati regalati da amici albanesi che ogni sera la accolgono nelle loro case per non farla sentire sola. Per sei lunghissimi mesi il fratello invia soldi dall’Albania che lei usa per pagare l’affitto e le spese di casa. Anche i suoi genitori non le fanno mai mancare aiuti economici e sostegno. Quando Silva si separa, trascorrono più di un anno in Italia con lei, che a un certo punto incrocia la fortuna: dopo aver frequentato un corso di alfabetizzazione alla scuola media Goltieri, diventa mediatrice culturale e ricomincia a lavorare nelle scuole con i bambini. A poco a poco arrivano altri incarichi di interprete nel carcere di Asti e in tribunale. Le sue traduzioni finiscono in un libro di favole scritto da un gruppo di detenuti e illustrato dai bambini della scuola elementare Anna Frank.
Incontra Sergio e s’innamora. Nel 2006 prendono casa insieme e Joy lo adotta come nuovo papà. Nella casa in campagna mettono mobili nuovi, quelli vecchi Silva li butta via insieme al suo passato.
Adesso non è più impaurita come all’inizio, ha imparato a mimetizzarsi tra la gente e a dismettere gli abiti sgargianti, ma anche a non nascondere le sue origini. In Albania, dove potrebbe avere un lavoro sicuro e ben retribuito, torna una volta all’anno, in vacanza, e nonostante ad Asti continui ad avere incarichi a tempo determinato il suo futuro lo vede qui, soprattutto per Joy: è disposta a convivere con la precarietà pur di farla crescere in Italia. La bimba è allegra e solare, parla indifferentemente l’italiano e l’albanese e ora che fa le elementari è la prima della classe in italiano!
E Silva? Silva in tutto questo tempo non ha perso la dolcezza e a poco a poco sta riconquistando la serenità, anche se quando racconta del suo passato si riaprono le ferite. Se le chiedi: “Cosa vorresti fare da grande?”. Lei risponde: “La mediatrice culturale” e sorride, stavolta sorride.
Olga (Romania)
Olga racconta della sua vita in Romania (i pomeriggi passati con le amiche a chiacchierare e a mostrarsi gli ultimi vestiti comprati, le sere a teatro o all’operetta) e sembra passato un secolo.
Invece sono passati dieci anni.
Le sue giornate, allora, girano veloci. Il marito, colonnello dell’esercito sotto la dittatura di Ceausescu, garantisce alla famiglia una più che buona posizione sociale: alla moglie molto tempo libero da spendere tra toelette e vita mondana, alla figlia Luminita una laurea che le consente di trovare lavoro come ricercatrice e progettista nel settore petrolifero.
Anche dopo la caduta della dittatura la vita della famiglia Anghel continua senza troppi cambiamenti.
In Romania Luminita, che nel frattempo cresce la figlia da sola dopo essersi separata, conosce un italiano, Paolo, che nel giro di pochi mesi sposerà. Da quel momento la sua nuova patria diventa Asti. Porta con sé la figlia.
Olga continua a vivere a Ploiesti, città a 55 km a Nord di Bucarest e importante centro per l’estrazione e la raffinazione del petrolio. Anche quando il marito muore, lei resta lì e prosegue la vita di sempre. Ma un tumore al seno la costringe a vedere quello che non vuole: ormai è anziana, sola e vulnerabile.
A Luminita per un po’ nasconde la malattia e la paura, poi cede alle sue insistenze.
Un giorno del 1997 lascia Ploiesti e quella sua vita così comoda di tutto e arriva ad Asti. Ha 70 anni.
Le sue giornate, da allora, girano al rallentatore.
Non ha la forza che ha avuto Luminita di passare sopra alla nostalgia e ricominciare (imparare la lingua, trovare un lavoro, darsi nuove motivazioni soprattutto per la figlia). Non ha le sue curiosità. Altro che andare in giro per Asti con la cartina e scoprirla a poco a poco, per cogliere almeno il bello. Lei, ancora adesso, non parla italiano. Il suo mondo, nella casa in campagna a due passi da Asti, è una camera dove ricostruisce un minuscolo pezzo di Romania: icone sacre alle pareti, gli oggetti migliori della sua casa di Ploiesti sempre in vista in una vetrinetta, fotografie nei cassetti e il televisore che va in continuazione e le rimanda suoni e immagini del suo Paese.
Se ne sta lì tutto il giorno a fumare e rimuginare, cucina piatti della sua terra, legge giornali e libri in lingua rumena. Non ci sono connazionali della sua generazione, ad Asti, con cui fare quattro chiacchiere. E poi, a dirla tutta, gli astigiani non le piacciono granché e lei ha sbagliato a pensare, allora, che l’Italia fosse un film, musica, bellezza e allegria. “Da noi si lavora, ma ci si diverte anche – racconta – qui si lavora solo. Da noi, se qualcuno suona alla porta, apri. Da voi si chiede: chi è?”. Proprio non le va giù.
Il filo che ancora la lega al suo Paese è ormai esile (i contatti con le amiche, attraverso il telefono e le lettere, sono sempre più radi), più volte in questi anni ha annunciato: “Un giorno vado via per sempre da qui”, ma poi è sempre ritornata. Perché, alla fine, ha dovuto imparare che se vai via dalla tua terra, quando torni gli altri ti considerano straniera.
Luminita esce al mattino presto di casa e torna la sera: il suo lavoro di mediatrice culturale la tiene lontana tutto il giorno. A vedere la madre così si sente in colpa, ma non sa trovare un’uscita alle sue solitudini.
Nella famiglia Anghel tre donne rumene di generazioni differenti raccontano un’unica storia di migrazione, ma con risultati differenti: Luminita e la figlia, ormai cittadine italiane a tutti gli effetti, complessivamente integrate, la vecchia signora Georgescu scollegata da tutto. Loro con i pensieri al futuro, lei chiusa dentro al passato. E proprio non capisce quella nipote che pensa, mangia e vive come gli italiani: ogni tanto le tocca rimproverarla di aver dimenticato le tradizioni rumene.
Se non lo fa lei, in quella casa, chi lo fa?
Marilù Tarraga (Perù)
Marilù non ha mai pensato a sé come a un’emigrante fino al giorno del fallimento della banca che custodiva i risparmi del padre, titolare di un laboratorio di magliette a Lima. In quel momento, nel 1993, frequenta il quarto anno di università e se le chiedono del futuro immagina un lavoro sicuro come contabile e il matrimonio con Daniel, il suo fidanzato. Ma ora che la banca è fallita, il padre non ha più i soldi per pagare i creditori.
Marilù, la più grande di tre fratelli, sa che l’unica possibilità per cancellare i debiti è trovare lavoro in un altro Paese e da lì mandare i soldi a casa. A 28 anni, con altre tre parenti, sbarca clandestinamente a Torino dove farà la badante, accolta da un istituto di suore che le insegnano le prime nozioni del mestiere. Da Torino va a Valenza: la spaventa molto girare tra gente che non conosce e soprattutto senza il permesso di soggiorno. Ma le suore la rassicurano: “Se non fai nulla di male, non ti succede niente”. Lei non ha altro da fare che lavorare e mandare i soldi a casa.
Daniel arriva 8 mesi dopo, anche lui per assistere gli anziani. Si sposano a Torino (ancora oggi alle pareti di casa conservano la foto fatta al parco del Valentino, lei col vestito bianco) e dopo un po’ nasce Davide. Quando a Daniel scade l’aspettativa di due anni concessa dall’azienda di Lima in cui era impiegato, la famiglia tira le somme: clandestini lui e lei, con lavori precari e senza un futuro sicuro. Decidono di tornare in Perù, inizia il viaggio all’incontrario. Con i soldi di Marilù il padre è riuscito a pagare tutti i debiti.
Il Perù li accoglie nel 1996 a braccia aperte e dopo un po’ li travolge con una crisi economica senza precedenti. La famiglia Espinoza Medina, nel frattempo, si è allargata: è nata Grazia. Marilù non riesce a trovare un’occupazione e torna a pensare di emigrare: trovare un lavoro come badante in Italia sarà molto più facile per lei che per Daniel. Nel 2002 lascia i figli al marito e se ne va, senza una fotografia dei bambini per non farsi tentare dalla nostalgia e tornare indietro. A Davide, che ha 7 anni, i genitori spiegano che la mamma deve andare a lavorare lontano, ma che la famiglia la raggiungerà presto. Grazia, che ha 2 anni e mezzo, è troppo piccola per i discorsi, ma capisce che qualcosa sta per succedere e il giorno della partenza di Marilù non piange, anche se poi nel letto, non trovando il seno caldo della mamma, per notti e notti riuscirà a dormire soltanto stretta al petto del papà.
Marilù arriva ad Asti. La prima settimana al telefono non vuole parlare con i bambini, cerca di costruirsi una distanza che le permetta di gestire il dolore, anche se un anno e mezzo dopo, non appena la famiglia si ricongiungerà, travolta dai sensi di colpa chiederà perdono ai figli per averli “abbandonati”. Davide e Grazia ha imparato a vederli crescere in fotografia e loro all’arrivo sono un po’ confusi: nei primi giorni chiameranno Marilù “papà” e lei riderà, ma sempre con un’ombra sul cuore.
Per potersi unire alla famiglia, Marilù, che ha ottenuto il permesso di soggiorno nel 2003, deve superare molte difficoltà, compresa la ricerca della casa: per legge ci vogliono almeno 14 metri quadri a persona, dunque serve un alloggio più grande del monolocale in cui sta con la sorella, che nel frattempo ha scelto anche lei l’Italia. Ma come fare a pagare l’affitto con lo stipendio di badante? Per fortuna la famiglia in cui lavora le viene incontro e si offre di ospitare tutta la famiglia Espinoza Medina sotto lo stesso tetto.
Ad Asti Marilù e Daniel frequentano i corsi di alfabetizzazione e formazione professionale.
Oggi Marilù lavora in una casa di riposo e Daniel in una comunità psichiatrica, anche se il suo lavoro è destinato a finire. La famiglia ha una propria casa accogliente nel centro storico, i bambini frequentano la scuola e giocano con i coetanei astigiani che abitano nel loro palazzo. Possono dirsi totalmente integrati?
Se chiedi a Marilù se hanno amici, lei risponderà di sì e indicherà i propri connazionali (la comunità peruviana è piuttosto presente in città). Se le domandi se si sentono ancora stranieri, lei dirà di no, ma confesserà che si sentono comunque diversi, a partire dal colore più scuro della pelle: Grazia, per esempio, ha smesso di andare a pallavolo perché dice che le altre bambine la guardano e non le parlano. Se indaghi su come li vedono gli astigiani, lei racconterà di quando nelle case in cui ha fatto la badante, la baby sitter o la donna delle pulizia, c’era sempre qualcuno pronto a fronteggiare la sua condizione di sottosviluppo insegnandole come funzionava la televisione o l’aspirapolvere (e lei sempre zitta e accondiscendente, senza mai raccontare dell’università e dei suoi 28 anni di ragazza benestante a Lima).
E se la inviti a disegnare il futuro, lei dirà che il futuro è, senza dubbio, in Italia. Ma se in Perù ci fosse la stessa possibilità di lavoro che in Italia, allora Marilù non esiterebbe a rispondere che lei, Daniel, Davide e Grazia sarebbero pronti a rifare un’altra volta il viaggio e tornerebbero al di là del mare. Perché?
“Ci sentiremmo più sicuri, perché là siamo tutti uguali”.
Noura (Marocco)
Nuora arriva in Italia a 19 anni, ultima di una famiglia di sei figli, ma la prima a emigrare. E’ il 1998: fino ad allora, nel suo villaggio a 40 chilometri da Marrakesh, El Attaouia, Noura studia coltivando il sogno di fare la giornalista. Il matrimonio con Rahal traccia un’altra direzione: Noura sa che, prima o poi, dovrà raggiungerlo in Italia, dove è emigrato da qualche anno. E infatti nel 1998 arriva ad Acqui Terme, in una casa un po’ sperduta tra le colline. Non conosce l’italiano, che imparerà grazie alla pazienza di Rahal, di un’amica e soprattutto leggendo fumetti.
Nel 2005 la coppia prende casa a Nizza Monferrato, dove Rahal fa il muratore e il custode di un’azienda vinicola.
Nel frattempo la famiglia si è allargata: sono nati Rachid e Riad. Noura fa la mamma a tempo pieno, aiutata dalla suocera. Desidera integrarsi pienamente nella realtà che la ospita e sa che il primo passo è partire dalla scuola. Frequenta la media Carlo Alberto Dalla Chiesa quattro giorni alla settimana, in una classe in cui gli allievi sono per lo più stranieri. Studiare le piace e anche stare in mezzo alla gente. Ha amiche italiane e marocchine. Queste ultime, che al loro confronto le riconoscono una maggiore libertà rispetto al marito e alla tradizione, le confidano i loro problemi, la difficoltà a integrarsi stante il divieto dei loro uomini a frequentare le scuole italiane o semplicemente a passeggiare per la città. Noura le incoraggia a non cedere, a imparare l’italiano per imparare a comunicare con l’esterno.
A Nizza si trova bene, qualche volta percepisce intorno a sé un po’ di diffidenza, ma questo non la turba.
Adesso, per renderla davvero felice, ci vorrebbe un lavoro. Uno qualsiasi, dice lei, perché il sogno di fare la giornalista è ormai imprendibile. Più a portata di mano, forse, il desiderio di tornare a vivere, un giorno, in Marocco. Lei e Rahal, quando i figli saranno grandi e potranno decidere se restare nel Paese in cui sono nati o seguire i genitori. Ma ci vorrà tempo, per ora è un pensiero come tanti.