INVENTARIO DOPO LA PIENA

Tra grilli e cicale, nella calura di un pomeriggio di fine agosto, in quella campagna che è “un paese di verdi misteri al ragazzo che viene d’estate” sfoglio le bozze del libro che Laura Nosenzo, Loredana Dova e Marcella Serpa con le foto di Giulio Morra hanno compilato per il decennale dell’alluvione del 1994.
E’ l’occasione che aspettavo per ripensare la mia storia personale dentro una storia più grande che ha riguardato, dieci anni fa, la vita di migliaia di persone delle tre province del Piemonte meridionale colpite dall’immane tragedia.
Mentre riaffiora l’odore acre e limaccioso del fango che sommerse campagne, paesi e città, si ricompone nitido il quadro di un periodo in cui mi trovavo stordito e fiaccato, assolutamente impotente di fronte ad un evento che oltrepassava le mie umane capacità di comprensione e reazione.
E’ nei momenti di crisi che si conosce meglio se stessi e si capisce come la vita non sia sempre una marcia trionfale ma viceversa “un essere trascinato via con il corpo che sbatte sulla polvere e sulle pietre” (Pasolini).
Mi sentivo allora veramente trascinato via da quel fango con tutte le cose e gli oggetti a me cari. Ma uno di questi oggetti mi fu presto di molto aiuto fino ad assumere valore di simbolo universale: la copia dei “Dialoghi con Leucò” su cui Pavese aveva vergato il suo messaggio d’addio al mondo.
Il miracoloso ripescaggio di questo libro fece il giro delle televisioni e dei giornali. Giulio Einaudi scrisse: “Pavese nel fango è il simbolo dell’Italia ferita”.
Nelle grandi tragedie collettive la gente ha bisogno di simboli cui aggrapparsi (la biblioteca di Sarajevo distrutta dai bombardamenti, il museo d’arte antica di Baghdad depredato, ecc.) e quel povero libro infangato lo diventò prepotentemente, scatenando una gara di solidarietà senza precedenti.
Così i valori universali della cultura divennero un formidabile elemento unificante che ci consentirono, grazie all’aiuto di tanti, di intravedere la rinascita.
Mi sfilano davanti i volti degli amici che da tutto il mondo si mobilitarono, veri “ angeli del fango” in lotta per restaurare una misura di civiltà che affida ai segni della cultura e del pensiero uno strumento irrinunciabile del nostro essere uomini oggi.
Dieci anni dopo quel libro, accuratamente restaurato, si trova, ben custodito, in una vetrinetta del nuovo Centro Studi Cesare Pavese nel cuore antico di Santo Stefano Belbo.
Intorno e grazie a quel libro è stato interamente ricostruito un complesso che comprende la trecentesca chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo con annesso edificio dove hanno trovato degna sistemazione la biblioteca e il Centro Studi Cesare Pavese
Al piano terreno si trova un’installazione di Gaudenzio Nazario dal titolo “La vigna” che ricorda, per sempre, il triste evento da cui ha avuto origine la straordinaria avventura della ricostruzione del Centro Studi Cesare Pavese.
I libri alluvionati diventano i pali di un filare dai cui tralci spuntano foglioline colorate, simbolo della rinascita.
Ma se oggi possiamo voltarci indietro a misurare la vastità e l’ampiezza dell’opera di ricostruzione, in tutti i campi, non possiamo e dobbiamo dimenticare che in questi dieci anni innumerevoli altri eventi calamitosi hanno devastato l’umanità, sommandosi ai disastri prodotti dall’uomo.
Quante storie individuali si sono incrociate con queste tragedie collettive?
Libri come questo sono importanti: ci aiutano a non archiviare troppo frettolosamente le lezioni che le forze della natura ci impartiscono per ricostruire un più corretto rapporto con il territorio e l’ambiente.
Rafforzano la coscienza civile, il senso di solidarietà e il valore del volontariato per i più deboli. Infine, ci invitano a non ripiegarci malinconicamente su di noi ma a ripensarci come parte di un tutto, nello sforzo di progredire guardando sempre avanti.
Quella fiammella di affratellamento che si accese dieci anni fa nel sentirci tutti travolti e azzerati da una catastrofe non deve mai spegnersi e il libro di Laura, Loredana e Marcella contribuisce a tenerla viva.
Grazie, care amiche, per avermi offerto l’opportunità di rimeditare su questa pagina di nostra storia recente ma che già s’allontana, tra le colline dove Pavese fece vivere quei fantastici miti che, nella sventura, ci hanno dato forza e coraggio portando l’attenzione del mondo su di noi.
Se, dieci anni dopo, è tempo di iniziare un nuovo cammino, bisogna comunque partire di qui, dalla rinnovata fede nei valori eterni della cultura, al servizio di ideali che non tramontano mai nel tentativo di affermare o riaffermare, intrepidi, se stessi, contro le smentite del tempo e le repliche della storia.
                                                                    

                                                 Franco Vaccaneo
                                                 direttore Centro Studi Cesare Pavese


UN ORIZZONTE UN PO’ PIU’ IN LA’

Scrivere dei Nomadi è per me esercizio strano e per certi versi inutile perché è come predicare ai convertiti o pretendere di convincere un ateo dell’ esistenza di Dio. Chi li consce e li segue li ama incondizionatamente. Chi non li conosce e non li segue non si avvicinerà forse a loro, continuando a ritenerli ciò che non sono. Che senso ha, dunque, ribadire la loro fecificità, il loro essere grandi in modo diverso? Che senso ha ricordare che, viaggiando lungo le vie del vento da oltre quarant’anni, hanno saputo coltivare un seguito straordinario di fedeli, come nessun altro è riuscito a fare nel panorama della canzone italiana, senza mai tradire qualità e coerenza?
Alla fine cedo sempre, perché il senso della vita è anche illudersi di spostare un  muro d’indifferenza e distrazione con la leggerezza delle parole. Con i Nomadi ho scritto tre libri, girato il mondo (dal Vietnam alla Tailandia, da Cuba alla Cambogia), visto centinaia di concerti, bruciato notti a parlare di sogni e canzoni. Ho girato speciali televisivi e presentato speciali radiofonici, mangiato cappelletti, agnolotti e bottarghe (all’aria fritta preferiamo da sempre il gnocco fritto), rischiato la vita inc erti luoghi sperduti, riso e cantato in certi posti ritrovati, giocato e bevuto. Con nessuno ho un rapporto umano così forte, di condivisione di valori, umori e amori, non necessariamente musicali, pur riconoscendo la diversità di ognuno di loro. Con Beppe (e Marco Scarpati e Gabriella Incalza Kaplanova di Acpat) ho certo di attirare l’attenzione sul problema della violenza sui minori nei paesi asiatici; con Massimo ho passato ore e ore a parlare di una delle ragioni per cui vale la pensa vivere: il Toro: con Danilo ho ragionato di buddismo e visto cose che voi umani non potete immaginare, con le lenti spesse delle comuni radici piemontesi e la montatura di metallo di chi, dentro, si crede contadino sempre, anche quando non lavora la terra; con Cico ho riso come un deficiente e apprezzato l’onestà e la fedeltà ai valori che contano nella vita, con Daniele ho ripassato i libri di poesia, di Sergio amo l’umanità timida che lo porta ad aprirsi poco ma a nascondere nulla.
Insomma, io i Nomadi li amo.
Sono l’unico gruppo che racchiude i se stesso due anime, due stili, due musiche, due formazioni. Beppe è l’anello di congiunzione, il filo che lega la collana, il trait d’union che tiene unito il tutto, con logiche dissonanze. Danilo è la voce che rimbomba, la dimostrazione pratica che si può ereditare un testimone scomodo senza imitarlo o provare a sovrapporsi a chi l’ha preceduto; la sua umiltà andrebbe insegnata nelle scuole. Cico è chitarra e altezza, Massimo è basso e rock, Sergio il punto d’incontro tra classicità e canzone, Daniele la batteria che scuote il palco e detta il ritmo. Ma vedete, a tentare di spiegare si corre il rischio di semplificare e dire il superfluo. La realtà è che i Nomadi sono i Nomadi. Punto. Chi si accontenta delle virgole, vada pure altrove, perché la punteggiatura qui non serve. Qui il flusso di coscienza, libertà di volare, voglia di cambiare, suoni e visioni, atomiche cinesi e bambine portoghesi, ma anche le strade, gli amici, il concerto, storie da raccontare.
O con loro o contro di loro? Mi va bene. Io sempre nomade. E sempre Nomadi.

 

                                                                           Massimo Cotto
                                                               giornalista e scrittore


CASTAGNOLE LANZE, PERSONE E STORIE

Un paese è anche quello che esso sarà, ma così non lo puoi raccontare. Giorno dopo giorno ne accogli le trasformazioni che, per quanto avveduto, spariscono un po’, lo allontanano. Dove c’era… adesso c’è… e spariscono scorci, persino visuali, addirittura panorami se, affacciato in finestra dove ci furono tetti, ippocastani, cortili per giocare all’inconsapevole rincorsa dell’avvenire, adesso è un dilatarsi di mattoni a vista, di pietra serena, di attici con giardino pensile e magari il pennone per issarci, se ti senti importante, lo stendardo di famiglia che un tempo era la bandiera vinta dai coscritti in una gara di ballo sul padiglione a palchetto. Il racconto di un paese è tutto memoria, quella d’ognuno e quella tramandata, giunta sotto veli insicuri perché l’infanzia idealizza i sogni che così sfumano e ci vuole qualcuno, più vecchio, a ridargli nitore, veridicità. Per fortuna c’è sempre, qualcuno più vecchio. Lo interpelli e per un po’ egli ricostruisce sui sentieri del tempo perduto: poi magari si ferma e s’adonta d’essere considerato tanto avanti negli anni da farsi depositario delle cose che furono. Contrariamente al supposto, i giovani amano riacciuffare porzioni del tempo passato, un tempo che comunque fugge minimizzando il senso che noi diamo all’età. Si sentono coinvolti nel discorso che li comprende perché il presente diventi la lettura di com’erano quando gli anni li avevano spremuti. Nella coscienza di dover rinunciare ai progetti, si concederanno ai ricordi come è per ogni generazione che si allontana. E sarà così forse per l’eternità: infatti possono cambiare, modificarsi, le strutture edilizie, però l’animo, la mente, il pensiero, nessuno sconvolgimento esteriore riesce a svellerli dai sentimenti che li cementano.

 

                                                                                Franco Piccinelli
                                                                  giornalista e scrittore


LA CASA SULL’ALBERO

Salvarli per salvarci

      E.A. Bowles è stato uno dei più grandi giardinieri inglesi. Possedeva un enorme giardino, Myddleton House, dove in seguito ho lavorato per 12 anni: lì ho ascoltato una storia che voglio raccontarvi.
      Ogni sabato sera, a Myddleton House, si scopavano i prati e i sentieri, specialmente dopo i venti d’autunno: le foglie, sparse ovunque, venivano stanate anche sotto le panchine. Ma non appena l’ultimo giardiniere oltrepassava il cancello, Bowles scendeva tra le piante, liberava le foglie stipate nei sacchi e le rimetteva sotto gli alberi o sui sentieri. Poi saliva a casa felice, si sedeva alla finestra e ammirava con piacere il suo giardino coperto dalle foglie multicolori che madre natura gli aveva offerto in un meraviglioso pomeriggio d’autunno.

      Ho viaggiato nel mondo e ho imparato molto dalle piante. Loro c’erano già quando noi  - gli uomini - dovevamo ancora deciderci ad apparire. Esistevano nel mondo dei dinosauri, l’elegante e misterioso ginkgo biloka, le sequoie, l’equiseto arvense, che oggi invade i nostri luoghi umidi, arrivano da lì. Hanno accumulato più tempo e più storia di noi. 
      Gli alberi come simbolo di forza e di perseveranza: alcuni di loro sono riusciti a sfidare i grandi caldi, le ere glaciali e ci sorridono ancora dai nostri giardini, i nostri parchi.
      In Sicilia ci sono piante che passano i 1000 anni di vita. Alcuni baobab dell’isola di Capo Verde contano circa 6000 anni, in California alcune sequoie hanno raggiunto i 3600 anni. Il celebre “castagno dei 100 cavalli” che si trova alle falde dell’Etna, vicino al paese di S. Alfio, deve il suo nome alla leggenda secondo cui la regina Giovanna d’Aragona avrebbe trovato riparo, con i suoi 100 cavalieri al seguito, sotto la sua enorme chioma durante un temporale. Si calcola che la pianta conti poco meno di 4000 anni. Sempre sulle pendici dell’Etna, tra Randazzo e Giarre, altri castagni passano i 1000 anni. I tigli sono tra gli alberi considerati in Europa tra i più longevi e anche tra le querce si trovano esemplari di notevole grandezza.
      A Sanremo, vicino alla frazione Poggio, esistono ancora alcuni tronchi di un immenso olivo che, nel secolo passato, serviva come riferimento per i naviganti che si avvicinavano alla costa: l’età si aggira sui 2000 anni.
      Eppure, con grande rammarico, si può prevedere che le immense foreste naturali non tarderanno a scomparire, sostituite da boschi artificiali. I colossi millenari cadono sotto l’azione di mastodontici mostri metallici, specialmente in Brasile e in India, dove le misteriose foreste vergini, formate da svariatissime e rare specie arboree, ad un ritmo sempre più rapido vengono sostituite da colture redditizie per le industrie. Non si valuta il danno per la perdita di capolavori ricchi di specie vegetali e animali, per gli equilibri che irrimediabilmente si spezzano.
     
      Vagabondando con mio figlio nel Nord dell’India ho avuto modo di ammirare la città di Udaipur, vicino al deserto del Thar. Mi hanno colpito il grande lago, sul quale si specchiavano i palazzi dei Rajah,  le smaglianti fioriture sui terrazzi, le imponenti sculture antiche. Ma tutt’intorno le colline e le montagne erano nude, completamente prive di vegetazione. Un giovane indiano ci ha raccontato che 50 anni fa c’erano intere foreste di dyospirus ebani (il raro ebano), abitate da cervi, tigri, cinghiali selvatici che al tramonto scendevano al lago per abbeverarsi. Dopo il taglio degli alberi gli animali sono scomparsi, il sottobosco si è estinto e le preziose piogge si sono fatte sempre più rare. Gli abitanti delle montagne hanno dovuto spostarsi verso la città, in cerca di un futuro inesistente.
      In Indonesia nel 1990 ho visitato la misteriosa isola di Celebes, terra dei Tana Toragia, antichi tagliatori di teste. Un naturalista del posto si lamentava che molte foreste erano scomparse, ma già si cominciava a parlare del taglio di quelle di Giava e Borneo, ricche di legname pregiato, con alberi di 4000 anni. Stranamente alcuni anni dopo le foreste di Giava sono state distrutte dagli incendi.
      Le foreste del Niger e del Senegal sono state abbattute per creare enormi piantagioni di arachis ipogea (nocciolina americana). Per un certo periodo questa coltivazione ha dato una falsa ricchezza agli abitanti. Quando la resa ha cominciato a calare, le società produttrici hanno deviato il corso del fiume per irrigare altri terreni da sfruttare: il risultato è stato catastrofico. Il deserto si è impadronito degli spazi dove un tempo si ergevano alberi secolari, intorno ai quali si muoveva un mondo ricco di flora e fauna. Le popolazioni hanno dovuto emigrare.
     
      Da ragazzo ho sempre amato le montagne, fitte di pini e castagneti secolari, corbezzoli, macchie di eriche: un paradiso botanico. Le mie colline era verdi, ricche di boschetti di ulivi, limoni, aranci. Noi ragazzini passavamo più tempo sugli alberi che per terra: ce n’erano tanti, e così vicini, che per spostarci trovavamo più agevole passare da uno all’altro, senza scendere.  Proprio come più tardi avrebbe fatto il piccolo protagonista de “Il barone rampante” di Italo Calvino. 
      I boschi che hanno reso felice la mia fanciullezza non esistono praticamente più, nessuno se ne cura. L’ultimo incendio sulle colline di Sanremo ha distrutto decine di ettari di macchia mediterranea, mentre la città si veste a festa i boschi abbandonati sono dominio di piromani… introvabili.

      Oggi mi sento più sollevato leggendo “La casa sull’albero”, raccolta di emozioni e stati d’animo particolarissimi. Mi colpisce la ricerca di storie basate sull’amore per una pianta, un bosco, un giardino. Forse non tutto è perduto.
      I protagonisti delle storie ci svelano un segreto molto intimo, importante: gli alberi offrono la gioia di vivere la vera vita, la curiosità della contemplazione, il gusto della ricerca. Risvegliano i nostri pensieri migliori, ci danno la possibilità di seminare sentimenti che non sono di distruzione, odio, egoismo.   
      Davanti alla bellezza gentile di una betulla sentiamo la sua vibrazione, la musica delle foglie durante i primi aliti di vento primaverile. Contemplando una quercia contorta, segnata dal tempo, siamo trasportati nel mito: par di vedere i sacerdoti druidi tagliare con il falcetto d’oro il vischio che nasce tra i rami, tanto questa  vegliarda pianta era tenuta in considerazione.  

      Alberi e fiori sono tra le cose semplici che contano, da cui abbiamo da imparare.
      Un giorno, di ritorno dal Meridione, dove dirigevo una grande azienda di orchidee e piante tropicali del Brasile, mi sono messo a parlare con enfasi delle meravigliose corolle delle cattleye, delle laelie, degli oncidium con il prof. Mario Calvino, direttore della Stazione sperimentale di floricoltura di Sanremo con cui in precedenza avevo lavorato per dieci anni. Mi sono meravigliato quando, guardandomi da sotto i suoi occhiali da miope, Calvino mi ha detto: “Un giorno ti accorgerai che il fiore più bello e perfetto è la corolla di una rosa canina appena sbocciata”. Quelle parole mi hanno sorpreso. Finita la vacanza, sono tornato tra le mie orchidee, ne ho scoperte altre appena portate dal Brasile. Col tempo mi sono tornate in mente le parole del prof. Calvino. Oggi, dopo tanti anni tra i fiori di ogni forma, colore, grandezza e profumo, se mi domandassero quale fiore mi colpisce di più, sicuramente risponderei: una corolla di rosa canina sbocciata, con qualche goccia di rugiada sui petali.

      Ad Agra, nell’India del Nord, sono arrivato ad una piccola capanna di fango sepolta dalla vegetazione tropicale, in una radura fuori dal mondo. Davanti alla porta c’era un grosso vaso di coccio che conteneva un cespo di ocynum sancutm, il basilico sacro agli indiani, che lo chiamano tulsi e lo venerano come una deità.
      Stavo contemplando quella pianta di verde lucente, e dal profumo più penetrante del nostro basilico, quando dalla capanna è uscito un eremita vestito di bianco. Mi sono scusato per il disturbo, lui mi ha regalato un sorriso luminoso, ha domandato da dove arrivassi e si è complimentato quando ha sentito che ero vegetariano. Ci siamo seduti sull’erba ancora umida, i suoi ragionamenti erano stupefacenti nella loro semplicità.
      Gli ho domandato il valore delle cose. Guardandomi mi ha detto: “Le cose che valgono di più sono le più semplici, le più vitali. Non inginocchiarti davanti ad alcun monumento fabbricato dall’uomo, ma fallo davanti a un filo d’erba. Il filo d’erba crescerà e darà un seme, che continuerà il suo futuro. Il monumento col tempo scomparirà, senza lasciare nulla di vivo”.

 

  
                                                                        Libereso Gugliemi
                                                                    giardiniere di Casa Calvino


TANARO

Posseggo, del Tanaro, dei bei ricordi antichi, che si rialzano nella memoria tutte le volte che passo di lì. Nostro nonno aveva un biroccio con una dolce cavallina nera, la Nina, tanti anni fa. Qualche volta d'estate andavamo a cenare sul fiume e, partendo tra il tardo pomeriggio e la sera più o meno da Viatosto, scendevamo nella città affondata nel caldo attraversandola tutta: il Fontanino, il campo da football, corso Dante in discesa fino a piazza Alfieri, poi piazza del mercato e della stazione e alla fine il rettilineo bello largo di corso Savona.
      Su questo rettilineo la cavallina dava immancabilmente il suo spettacolo personale, affrontando il percorso in velocità con un trotto speciale, tutto impegnato a centrare con gli zoccoli, con rara precisione, i grandi riquadri che asfaltavano lo stradone. Su quel ritmo, io e Giorgio, a turno, ci coricavamo nel soffietto della capotte e facevamo il viaggio guardando in aria i cieli di Asti scorrere e trascolorare. Erano estati grandi e profonde.
      Arrivati tra gli alberi della riva, il piccolo e formidabile ristorante "Margherita" offriva subito le sue meraviglie. Per prima cosa delle teglie bollenti di pesciolini infarinati, croccanti e appena pescati. Poi arrivavano anguilla del Tanaro vuoi carpionata vuoi al verde o alla livornese, carpe, tinche, piatti alla cacciatora, minestrone servito alla fine alla maniera francese, acqua Edea e bottiglie di vini che mai più il mondo conoscerà. Era una tettoia di coppi appoggiata su quattro pilastri di mattoni, illuminata da poche lampade dalla luce calda quando la notte, nell'aroma del caffé fatto con la "napoletana", sopraggiungeva scura e silenziosa come in India. Là si stava in un'oasi, con il fiume vicino.
      Mi è capitato già una volta di parlare pubblicamente del nostro fiume in una trasmissione televisiva di dieci e più anni fa. Dicevo che i fiumi sono un universo in movimento, arrivano da lontano portando pensieri di montagna e se ne vanno via trascinandosi le idee della pianura. Beate le città (Firenze, Parigi...) costruite a cavallo di un fiume che le attraversa nel mezzo, così che le due rive, con finestre guardandosi, sporgendosi con balconi e raggiungendosi con ponti e terrazze, godono di quella presenza viva. Ci sono dialoghi e discorsi che si incrociano sopra quel transito d'acqua.
      Asti ha un carattere notoriamente rigido e poco incline alla comunicatività. Guarda caso il suo fiume, benché amato e desiderato, scorre ai confini, fuori mura, è una presenza un po' lontana, non sempre vissuta dalla popolazione del centro. Queste considerazioni, che avevano incontrato qualche gentile interesse presso persone forestiere, di altre città, tuttavia da Asti non avevano avuto niente altro che una risposta accusatrice. Sulle pagine di un giornale cittadino, un prete, mosso da animo cattivo, avendomi scambiato, chissà perchè, per uno che voleva fare il sociologo, mi aveva dato apertamente dell'imbecille e del visionario, chiudendo le sue accuse con un "Misericordia!" degno di una scomunica. Ma io avevo parlato con cuore di guitto, di artista, di saltimbanco.

                                                                         Paolo Conte


LA CITTA’ DEI DOLCETTI E ALTRE MERAVIGLIE

 

L’UOMO DEL TEMPO E IL LIBRO DELLE FIABE

Nella lontana Africa del Sud c’erano tre splendidi amici: la tigre, il leone e la pantera.
Un giorno erano avviticchiati sui rami di un grandissimo albero, nel mezzo della foresta, a chiedersi dove fossero finite la lince e la giraffa, che non vedevano da parecchio tempo.
Passò sotto il maestoso albero un babbuino. “Ecco la preda con cui banchetteremo oggi” indicò il leone. Mentre i tre bisbigliavano tra loro per decidere chi dovesse attaccare, il babbuino fiutò il pericolo e si mise a fischiettare per far finta di niente. Nel frattempo la pantera, affilati gli artigli, con un agile slancio si scagliò su di lui, che però grazie alle sue robuste zampe riuscì a sventare l’attacco.
La tigre e il leone, rimasti sull’albero, si misero a ridere e a prendere in giro la loro amica: “Ma come, non sai neanche più catturare un babbuino?”.
La pantera cominciò ad arrabbiarsi e puntò la preda: “Ora non avrai più scampo!”.
Il babbuino replicò: “Io so dove sono i vostri amici lince e giraffa. Se mi lascerai andare, te lo dirò”.
“Stai mentendo, non riuscirai a ingannarmi”.  
“Sciocca pantera, non sai che noi babbuini viaggiamo sempre in gruppo, da un minimo di trenta a un massimo di cento?”.
“E allora dove sono gli altri?”.
“Te lo dirò se prometterai di risparmiarmi la vita”.
Intervenne il leone, che con tono imperioso disse alla pantera: “Fallo parlare!”.
Il babbuino iniziò a raccontare: “La lince e la giraffa hanno fatto la fine dei quaranta amici babbuini che erano con me”.
La tigre, ormai più incuriosita che affamata, domandò: “Che cosa vuoi dire?”.
“Che sono finiti nel libro delle fiabe” rispose il babbuino.
“Nel libro delle fiabe?!!!” esclamarono la tigre, il leone e la pantera.
“Sì, l’Uomo del Tempo li ha presi e messi lì dentro” confermò il babbuino.
“Dobbiamo vederci più chiaro” ruggì il leone.
I quattro animali iniziarono ad aggirarsi nella foresta per incontrare il signore del tempo.
Dopo molte ore, nei pressi di una palude, scorsero un uomo con un mantello azzurro ricoperto di fiocchi a forma di rana: aveva una lunga barba bianca e verde, un grande cappello a forma di orologio, con tanto di lancette in movimento, e tra le mani teneva il libro delle fiabe. Si nascosero per spiarlo dietro a un canneto. L’Uomo del Tempo continuava ad aggirarsi vicino all’acqua stagnante, come in cerca di qualcosa. All’improvviso agguantò con una sola mano un coccodrillo e lo mise nel libro delle fiabe.
“Mamma mia!...” sussurrarono terrorizzati la tigre, il leone, la pantera e il babbuino.
L’Uomo del Tempo riprese a camminare alla ricerca di nuovi animali.
Ormai stanco, si appoggiò a un grande albero e imprecò: “Accidenti, per completare il libro delle fiabe mi mancano una tigre, un leone e una pantera…”.
Ai quattro amici nascosti venne la pelle d’oca. “Perché non cerchiamo di parlare con l’Uomo del Tempo?” propose la pantera. “Non hai sentito cosa ha detto, non vedi che fine hanno fatto gli animali?” la rimproverò il babbuino.
“E allora cosa facciamo?” chiese la tigre al leone, che furbescamente rispose: “Babbuino, dimostra la tua agilità: afferra dalle mani dell’Uomo del Tempo il libro delle fiabe, in modo che possiamo parlargli senza correre il rischio di essere presi e finirci dentro”.
Scattò il piano. Con una rapido balzo il babbuino s’impadronì del libro e così la tigre, il leone e la pantera uscirono dal nascondiglio e si avvicinarono all’Uomo del Tempo: “Perché hai preso i nostri amici e li hai messi in quel libro?”.
L’Uomo del Tempo non si scompose nel vedere gli animali feroci, anzi disse tutto soddisfatto: “Guarda un po’, cercavo proprio voi per completare il mio lavoro!”.
“Non ci avrai mai!” gridarono in coro la tigre, il leone e la pantera.
“Voi non capite, è solo una questione di tempo”.
“Questione di tempo?”.
“Sì, proprio di tempo. Vedete questo cappello a forma di orologio? Le lancette indicano il termine entro il quale dovrò finire il libro delle fiabe per leggerlo ai miei amici bambini. Loro mi stanno aspettando con ansia, devo sbrigarmi”.
Inteneriti dalla passione con cui parlava dei bambini, la tigre, il leone e la pantera chiesero allo strano signore col cappello: “Ma noi che fine faremo se entreremo nel libro delle fiabe?”.
“Non temete, io sono il signore del tempo: dopo aver letto le favole ai bambini, vi libererò e potrete tornare nella foresta insieme a tutti gli altri animali”.
La tigre, il leone e la pantera si misero a parlottare e dopo un po’ decisero di seguire l’Uomo del Tempo. “Vengo anch’io con voi” disse il babbuino.
All’Uomo del Tempo bastò un tocco di magia per mettere i quattro animali nel libro delle fiabe. Da quel momento la tigre, il leone, la pantera e il babbuino non solo fecero la felicità dei bambini, ma ritrovarono tutti i loro amici della foresta.


QUATTORDIO ANTICHI EDIFICI E NOBILI FAMIGLIE

Prima parte: da Ercole, il primo conte, a Gio Francesco Negri di Sanfront (1500-1700)

La storia che vado a raccontare ebbe inizio molti anni fa, nel 1500. A quel tempo io non c’ero ancora, ma se anche ci fossi stato non mi sarei certo interessato di fatti che allora non mi riguardavano. Li avrei appresi solo tre secoli dopo, quando ci andai di mezzo anch’io e il nome che porto è testimone del mio coinvolgimento.
Ma partiamo dall’inizio. Stavo dicendo che nella prima metà del XVI secolo a Centallo nacque Ercole, il primo dei conti Negri di Sanfront.
Tre sono le cose da sapere su quest’uomo, e non me ne vogliano lui e i suoi estimatori se son troppo sintetico.
Innanzitutto, Ercole in realtà di cognome faceva Negro, ma in passato era piuttosto comune volgere al plurale il nome di famiglia e quelli che vennero dopo di lui cedettero a questa consuetudine.
In secondo luogo, il Negro era un ingegnere e un architetto ma, essendo gli uomini sempre in guerra, per gran parte della vita fu anche un militare. Trovò il modo di praticare entrambe le passioni occupandosi di fortezze quando fu sotto le armi. Ne progettò di nuove e curò i restauri di quelle già esistenti. In tempo di pace, Ercole disegnò castelli, chiese, facciate di nobili palazzi e la nuova cinta muraria di Torino.
Infine, fu per volere di Carlo Emanuele I di Savoia che, nel 1589, Ercole venne infeudato del luogo di Sanfront, località della bassa valle del Po alle pendici del Monte Bracco, la montagna di cui Leonardo Da Vinci, in uno scritto del 1511, magnificò la pietra bianca come il marmo di Carrara, senza macchie e dura come porfido (si riferiva alla quarzite).
Appena salito al borgo, il nuovo feudatario vi fece costruire una residenza di prestigio cui impartì il mio stesso nome: Palazzo Negri di Sanfront.